Thomas Eliot, la verità conta più di Virginia Woolf

Nel 1923 la Hogart Press, casa editrice sorta per distrarre Virginia Woolf dalla sua ricorrente depressione, diede alle stampe una delle opere più importanti di Thomas Eliot intitolata La terra desolata, che si rivelò un enorme successo.

Gli amici di Bloombsbury, un salotto di intellettuali aristocratici capitananto dai coniugi Woolf, rimasero talmente impressionati da quella prova poetica che si misero in testa di organizzare una colletta che consentisse ad Eliot di lasciare per sempre il suo lavoro di impiegato di banca per dedicarsi completamente alla poesia. “Eliot rifiutò un po’ imbarazzato” scriveva nel 2009 Rachel Foss, curatrice di una mostra allestita nello stesso anno presso la British Library e dedicata proprio ai rapporti tra il gruppo di Bloombsbury e lo scrittore americano: “Questa idea che Eliot dovesse essere liberato dalla fatica del lavoro non coglie il punto che lui in realtà era molto interessato alle minuzie della vita di ogni giorno. Era un commentatore del quotidiano, e davvero traeva ispirazione dalla routine della vita d’ufficio.”

Eliot aveva gli occhi rivolti sulla realtà, una realtà che amava fin nei suoi risvolti più prosaici. Un atteggiamento del genere era quasi incomprensibile per un tipo come Virginia Woolf, scrittrice a tempo pieno che della realtà si curava poco. Oggetto del suo interesse, anche letterario, erano la sua mente, i suoi flussi di coscienza, i suoi moti interiori. Quello che nessuno disse alla triste Virginia è che una mente, per quanto vasta sia, finirà sempre per somigliare ad una gabbia. Eliot al contrario fissò per tutta la vita il suo sguardo sul marciume del mondo, su questa terra guasta che è la nostra terra. Fu questa sua insistenza che gli permise un giorno di scorgere una stella, proprio come accadde ai Re Magi, e non è un caso se uno dei primi componimenti dopo la conversione Eliot lo dedicò proprio a quei sapienti. Fu il suo atteggiamento da cercatore carico di angoscia che gli permise di vedere un giorno la luce della Speranza.

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Un ritratto di Viginia Woolf di Roger Fry c. 1917

La furia di Virginia
Fu quando la trovò che qualcosa si ruppe irreparabilmente con Virginia Woolf. Era il 1927, anno della conversione di Eliot al cristianesimo, il momento cioè in cui egli finalmente vide. Si convertì all’anglicanesimo, e più precisamente alla corrente Anglo-Cattolica che nutriva forti simpatie nei confronti di Roma. La cosa mandò su tutte le furie Virginia per la quale la religione era anatema, quanto di più odioso l’umanità avesse partorito. Scriveva:

Ho avuto un colloquio vergognoso e angosciante con il povero e caro Tom Eliot, che può essere chiamato morto per tutti noi da questo giorno in avanti. Egli è diventato un anglo-cattolico, crede in Dio e l’immortalità, e va in chiesa. Sono rimasta davvero scioccata. Un cadavere mi sembra più credibile di lui. Voglio dire, c’è qualcosa di osceno in una persona vivente seduto accanto al fuoco e che crede in Dio. (Hitchens Peter, The Rage Against God: How Atheism Led Me to Faith, p. 24)

Virginia Woolf è figlia della generazione del ripudio, di quella corrente che da oltre duecento anni ha deciso di buttare a mare tutto ciò in cui l’umanità ha creduto per millenni, abbagliata dal mito dell’Uomo Nuovo, finalmente libero dagli orpelli del passato, dai legacci della religione e della superstizione. Queste anime perse hanno tagliato il ramo della loro genealogia e si sono ritrovati a credere nella più grande delle superstizioni: in se stessi. “Gli uomini che credono veramente in se stessi sono tutti nei manicomi” scriveva G.K. Chesterton nel suo capolavoro intitolato Ortodossia. Il logico – continua Chesterton – pretende di rinchiudere il cielo nella sua testa, e la testa scoppia.  E’ il misticismo che dà la sanità di spirito: finché avete il mistero, avete la salute; distrutto il mistero, è distrutta la salute (…) perché l’uomo può capire tutto con l’aiuto di quello che non capisce. Il logico morboso invece vuol vedere chiaro in ogni cosa col bel risultato di rendere ogni cosa inesplicabile.”

La vera stoffa di Eliot
t.s-eliot-signatureEliot è di tutt’altra pasta rispetto alla Woolf. Eliot scrive ma mentre scrive non fa presente se stesso ma tutta la storia dell’uomo. Scrive e mentre lo fa i suoi sforzi sono tesi nel tentativo di essere degno dei suoi padri, per dimostrare di aver fatto veramente tesoro della loro intelligenza, dei loro errori, del loro genio, e di essere grato del dono della bellezza lasciato a noi in eredità.

Lo scrittore “deve essere consapevole – scrive Eliot nel Bosco sacro, una raccolta di saggi pubblicata nel 1922 – che lo spirito dell’Europa, lo spirito del suo paese (che presto impara essere molto più importante del suo proprio spirito individuale) è uno spirito che muta, e che tale mutamento è uno sviluppo che non abbandona nulla per via, che non manda in pensione per anzianità né Shakespeare né Omero né i disegni rupestri degli artisti del periodo Magdaleniano.”

Un uomo così, con questo sguardo rivolto al passato, non poteva fare a meno di intravedere la stella e arrivare a Betlemme per adorare il Re dei Re.

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