Per non finire in tragedia l’amore ha bisogno della compagnia di un adulto

Romeo e Giulietta di William Shakespeare. Nel corso della vita e in special modo quando si tratta di faccende d’amore, può capitare di confondere le cose che sono con quelle che sembrano. E così Giulietta può sembrare morta quando in realtà è viva, e Romeo sulla base di quello che sembra può mandar giù una mistura velenosa preparata dalle mani di un esperto speziale e morire un istante dopo. Per squarciare il velo dell’apparenza e non perdersi nel caos delle forme c’è bisogno di qualcosa che ai due tristi amanti di Verona è mancato. C’è bisogno di qualcuno. C’è bisogno della presenza di un adulto.

Che cosa rende straordinari Romeo e Giulietta? Harold Bloom, famoso critico letterario, scrive che “secondo lui l’amore di Romeo e Giulietta è la passione più sana ed edificante che la letteratura occidentale ci abbia mai consegnato.” Può essere vero a patto di ammettere che ogni storia d’amore sarebbe sana ed edificante se divenisse oggetto letterario. Ogni storia d’amore che avesse in sé quella mite pazzia che porta a saltare il muro di un giardino perché “per amore non c’è ostacolo di pietra, e ciò che amore può fare, amore tenta”; ogni storia d’amore che fosse capace di ispirare poesie o sonetti, e che infondesse il coraggio di pronunciare promesse di eternità che si proiettano in un tempo che non è alla nostra portata. Ogni amore che fosse così sarebbe sano ed edificante. E ogni amore è stato così e se non lo è stato di certo lo avrebbe voluto essere.

 

Ad ogni generazione il mondo assiste allo spettacolo di due fanatici che si scambiano amore reciproco e votano la propria vita l’uno all’altro. Ad ogni generazione due ragazzi si innamorano e improvvisamente il mondo della prosa, della nostra vita quotidiana condita dalle scurrilità dei Mercuzio, dalle meschinità delle Nutrici, dai bulli alla Tebaldo, di conflitti tra famiglie, di calcoli e cinismo, si innalza e si fa poesia. Il mondo guarda, un po’ irride, un po’ invidia, un po’ aspetta al guado la fine di questa febbre, la normalizzazione delle cose, il ritorno alla prosa, la fine dell’incanto. Non è un caso che Romeo e Giulietta siano lirici, che parlino attraverso sonetti mentre il mondo che sta loro intorno è volgare e abietto. Ogni amore porta in sé la speranza di contestare il mondo per come è e di rifondarlo, di rifarlo ad immagine dell’amore. Ma come si fa a mantenersi sempre a questo livello? Come si fa a non disattendere questa promessa che l’amore porta con sè? Una promessa che non è un’illusione ma un segno che i due amanti dovrebbero essere invitati costantemente a seguire, a non perderne le tracce.

Che cosa fanno allora di straordinario Romeo e Giulietta? Nulla. Si innamorano di un “amore improvviso, inaspettato, rapido, troppo simile al lampo che finisce prima che si dica lampeggia”, e fanno tutto ciò che ci si aspetterebbe da due giovani amanti forsennati, animati da un furore quasi selvaggio. Alla fine muoiono ma non è la morte che desiderano. La loro morte non era scritta perché se lo fosse stata allora tutti gli amanti sarebbero condannati. Loro volevano vivere. La colpa della loro fine non ricade su di loro. Che colpa hanno due giovani se si amano senza misura, senza lasciare nulla per il dopo, come se tutto dovesse finire il giorno dopo? Che colpa hanno se si amano in quella forma di idolatria tipica della loro età e che fa dell’amato l’unica realtà veramente esistente, orizzonte totale di gesti e pensieri?

Il punto è che fin dall’inizio della tragedia la storia amorosa di questi ragazzi è lasciata a se stessa. I genitori sono impegnati a farsi la guerra, a stilare progetti, dediti ad altro e comunque incapaci di gettare uno sguardo d’amore sui loro figli. La Nutrice si rivela una “perfida tra i perfidi”, e pure frate Lorenzo, l’unico adulto che svolge un ruolo positivo nella faccenda, aiuta i ragazzi ma senza avere come unica mira il loro bene, bensì uno più grande, la pace tra le loro famiglie. Non c’è un adulto che li accompagni e sono lasciati soli a fare i grandi senza sapere come fare, scimmiottando quello che hanno visto o letto, con la testa zeppa di frasi poetiche e di pose cortesi. Manca davvero per loro la presenza buona di adulti che mostrino l’orizzonte dell’amore. La situazione che vivono è poi insostenibile. Hanno contro tutti: le famiglie, lo Stato, la natura, i capricci del tempo, e questa situazione ambientale di inimicizia li costringe ancor più a celarsi, a vivere il loro amore nel buio della notte quando dovrebbe essere vissuto sotto la luce del sole, davanti a tutti, sotto l’occhio amico di un adulto che possa aiutarli a realizzare quel Bene infinito che desiderano.

La preghiera da fare oggi, giorno di San Valentino, non è tanto che sorgano gli amanti, che  continueranno a venir fuori senza che si faccia nulla, ma che sorgano degli adulti capaci di accompagnarli ad adempiere alle loro promesse, a realizzare le loro speranze. Davvero questo tempo ha bisogno di adulti che sappiamo raccontare ai ragazzi che non è vero che l’amore è destinato a morire, che non è vero che in fatto d’amore o muoiono gli amanti, come accade in Romeo e Giulietta, o muore l’amore, come accade tutti i giorni. Come scriveva Shakespeare nel sonetto 116, “l’amore non è soggetto al tempo, non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio.” Raccontare questa bellezza di un amore che “non muta quando scopre mutamenti” è il compito grandioso di un adulto.

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