San Giuseppe, l’ombra del padre

Il brano che segue è tratto dalle pagine dedicate a San Giuseppe da Ernest Hello, pubblicate nel suo testo ormai introvabile intitolato “Fisionomie di santi”

San Giuseppe, colui sul quale l’ombra del Padre cadde densa e profonda. San Giuseppe, l’uomo del silenzio. Il Vangelo di lui dice solo questo: «Era un uomo giusto». Il Vangelo, così parco di parole, diventa ancora più parco quando si tratta di San Giuseppe. Si direbbe che quest’uomo, avvolto nel silenzio, ispiri il silenzio. Il silenzio di San Giuseppe è la sua lode, il suo genio, la sua atmosfera. (…) Il suo silenzio è l’omaggio reso all’ineffabile. È la rinuncia della parola davanti all’Insondabile e all’Immenso. (…) Molti parlano che non hanno nulla da dire, e nascondono sotto il fracasso delle loro parole e la turbolenza della loro vita, il niente del loro pensiero e dei loro sentimenti. San Giuseppe, che ha tanto da dire, San Giuseppe non parla. Custodisce in fondo all’animo le grandezze che contempla (…)

Continua a leggere

Cenerentola, la ragazza salvata dalla cenere

Per capire una fiaba bisogna cancellare la distinzione tra realtà e fantasia. Le fiabe sono troppo vive, e la vita è troppo fantastica perché tale distinzione possa essere valida. La storia di Cenerentola, in uscita in questi giorni nelle sale cinematografiche nella versione girata da Kenneth Branagh, non fa eccezioni: non è infatti solo un racconto destinato a popolare l’immaginazione di un bambino, pieno com’è di colpi di scena, di personaggi curiosi, di animali parlanti, e non è nemmeno l’ennesimo atto della propaganda maschilista che suggerisce alle donne di tutto il mondo che il massimo cui aspirare è incontrare un principe azzurro e sposarlo. Cenerentola è invece la risposta convinta a questa domanda che prima o poi assale la vita di ognuno di noi: che cos’è l’uomo? C’è qualcuno che se ne curi o è solo polvere che viene dalla polvere? Continua a leggere

La morte del carnevale e il testamento di Grugno Corocotta

Prima di dichiarare morto il carnevale ed entrare definitivamente nel tempo di Quaresima, consentiamoci un’ultima goliardata proprio come si usava un tempo, quando durante il martedì grasso le strade erano piene di guitti e bricconi che si lanciavano in invettive e scherzi di ogni tipo. In maniera sguaiata cantavano e recitavano composizioni satiriche che annunciavano la fine della sregolatezza carnevalesca: un ultimo banchetto, un’ultima sonata, un’ultima scarica di colesterolo e poi è già tempo di togliere la carne, di salutare il tempo grasso, e ricondurre la propria fragilità e la propria incostanza al cospetto di Dio Padre attraverso la contemplazione del mistero del Figlio, l’unico capace di placare la nostra fame, l’unico capace di salvarci dal nostro destino di polvere.

L’autore di questo scritto, noto come Testamentum Porcelli, è ignoto e si pensa sia vissuto attorno all’anno 350 d. C. Da San Gerolamo, vissuto fra il IV e il V secolo, sappiamo che il testamento del Porcello veniva recitato dai fanciulli delle scuole a mo’ di filastrocca suscitando sempre grandi risate. Buona lettura.

Inizia il testamento del maiale
Il sottoscritto M. Grugno Corocotta, maiale, ha fatto testamento. E non potendolo scrivere di mano sua, lo ha dettato affinché venisse scritto.
Il cuoco Cuciniere mi disse “vieni qua, porco che metti sottosopra tutta la casa, girovago e sempre fuggiasco, oggi porrò fine alla tua vita”.
E il maiale Corocotta disse “se ho fatto qualche cosa di male, se ho peccato, so ho rotto dei vasi con i miei piedi, o signor cuoco, ti chiedo di avere salva la vita, fai questa grazia a chi ti prega”.
E il Cuciniere disse: “Vai garzone e portami un coltello dalla cucina per scannare questo maiale”.
E il maiale viene afferrato dai servi il sedicesimo giorno delle calende di Candelora, sotto il consolato dei consoli Tegame e Speziato quando abbondano le verze. E quando egli vide che doveva ormai morire, implorò un’ora di tempo e chiese al cuoco di poter fare testamento.
E così chiamò a sé i suoi parenti per poter lasciar loro le sue cibarie. E così disse:
“A mio padre Verro de’ Lardi dò e lego che siano dati trenta moggi di ghiande e a mia madre Vetusta Troia dò e lego che siano dati quaranta moggi di segale della Laconia e a mia sorella Grugnetta, alle cui nozze non potei esser presente, dò e lego che siano dati trenta moggi di orzo.
Delle mia interiora dò e donerò ai calzolai le setole, ai litigiosi le testine, ai sordi le orecchie, a chi fa continuamente cause e parla troppo la lingua, ai bifolchi le budella, ai salsicciai i femori, alle donne i lombi, ai bambini la vescica, alle ragazze la coda, ai finocchi i musculi , ai corridori ed ai cacciatori i talloni, ai ladri le unghie ed infine al qui nominato cuoco lascio in legato mortaio e pestello che mi ero portato: da Tebe fino Trieste ci si leghi il collo usandolo come laccio.
E voglio che mi sia fatto un monumento con su scritto in lettere d’oro: “Il maiale M. Grugno Corocotta visse 999 anni e mezzo e, se fosse campato ancora sei mesi, sarebbe arrivato a mille anni”.
Carissimi miei estimatori e preparatori, chiedo che con il mio corpo vi comportiate bene e che lo condiate di buoni condimenti, di mandorle, pepe e miele in modo che il nome mio sia lodato in eterno. E ordinate al mio padrone e a mio cugino che sono stati presenti al testamento, di firmarlo.
Firmato da Lardone.
Firmato da Bisteccone.
Firmato da Comino.
Firmato da Salsiccio.
Firmato da Coppa.
Firmato da Capocollo.
Firmato da Prosciutto.
Qui finisce in tutta regola il testamento del maiale redatto il giorno 16° delle calende di Candelora, consoli Tegame e Speziato.

Per non finire in tragedia l’amore ha bisogno della compagnia di un adulto

Romeo e Giulietta di William Shakespeare. Nel corso della vita e in special modo quando si tratta di faccende d’amore, può capitare di confondere le cose che sono con quelle che sembrano. E così Giulietta può sembrare morta quando in realtà è viva, e Romeo sulla base di quello che sembra può mandar giù una mistura velenosa preparata dalle mani di un esperto speziale e morire un istante dopo. Per squarciare il velo dell’apparenza e non perdersi nel caos delle forme c’è bisogno di qualcosa che ai due tristi amanti di Verona è mancato. C’è bisogno di qualcuno. C’è bisogno della presenza di un adulto. Continua a leggere

Romeo e Giulietta, atto III, scena v

Romeo e Giulietta si sono sposati in gran segreto in mattinata. Nel pomeriggio tutto precipita: Romeo è bandito da Verona per aver ucciso Tebaldo in duello. I due amanti si incontrano nella notte e consumano come due clandestini la loro prima notte di nozze. Nella scena che segue i due amanti contemplano il cielo, aspettando i segni del mattino (il canto dell’allodola) che li costringerà a separarsi definitivamente. Romeo dovrà fuggire a Mantova e rimanervi fino a quando riuscirà a riconquistare il favore del Principe.

Continua a leggere

Dio benedica i nostri padri ebrei

I farisei di Leo Baeck. Il 27 gennaio in molte parti del mondo si celebra ormai da dieci anni il giorno della memoria, per ricordare le vittime dell’Olocausto che furono in gran parte ebree. Ho imparato però che la memoria per durare non può essere solo memoria di cose morte. La memoria non può funzionare a lungo se è basata unicamente sul meccanismo della colpa. La colpa è dura da portare e capiterà che ad un certo punto ci si fermi e ce la si scrolli di dosso. L’esercizio della memoria senza un po’di bene per il destino dell’altro, per ciò che egli è, non può essere l’antidoto all’odio, e lo dimostrano in qualche modo gli episodi di antisemitismo in continuo aumento in Europa. La memoria può funzionare solo se è capace di riportare in vita i morti, se ci permette di scoprirci in qualche modo figli dei morti, in debito verso i morti, desiderosi di ringraziarli per qualche cosa. Per questo oggi qui si scrive di un fatto avvenuto non 70 anni fa ma più di 2500 anni fa. Un avvenimento che ci ha reso per sempre eredi di uno sparuto gruppo di ebrei.  Continua a leggere

Quella volta che rabbi Leo Baeck fu visto piangere

Nel 1933 fu fondata la “Rappresentanza Nazionale degli Ebrei Tedeschi”, deputata almeno sulla carta a rappresentare i cinquecentomila mila ebrei tedeschi di fronte al regime hitleriano. Leo Baeck a quel tempo rabbino capo di Berlino, ne divenne presidente. Nel 1939 quando i nazisti mutarono il nome dell’organizzazione in “Unione degli Ebrei in Germania” continuò la sua funzione sotto il controllo dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich, sino al giugno 1943 quando venne definitivamente dissolta. Continua a leggere

Ebenezer Scrooge non si nasce, si diventa

Canto di Natale di Charles Dickens. Ebenezer Scrooge non si nasce, si diventa. Non si nasce spilorci, non si nasce senza desiderare un po’ di bene per sé, una compagnia, un briciolo di considerazione da parte degli altri. Eppure un uomo può seppellire il proprio cuore sotto un cumulo di vanità e di cinismo, chiudersi a qualsiasi speranza di bene e tirare a campare senza farsi più domande fino all’ultimo giorno. Il povero Scrooge ne è la prova. Un uomo può dimenticare il motivo per cui è stato fatto, la ragione per cui è al mondo, e cosa più terribile, potrebbe non avere nessuno accanto che gli voglia tanto bene da ricordarglielo. Continua a leggere

Voglio essere triturato come il frumento

Le lettere di Sant’Ignazio di Antiochia. Il Colosseo è il simbolo di un’assenza. Tra le sue belle forme non si trova traccia di un pensiero buono sull’uomo, e tutta la sua grandiosità ed equilibrio per secoli sono stati messi al servizio di una profanazione “L’uomo, cosa sacra all’uomo, è ucciso per divertimento e per gioco”, scriveva Seneca nelle sue epistole parlando dei giochi gladiatori che si tenevano negli anfiteatri romani (Epistola 95, 30 sgg.). Tutto l’estro speso nel concepire un’opera così mirabile era servito a tirar su niente più che un mattatoio, un palco su cui inscenare la macellazione dell’uomo ad opera di un altro uomo. Continua a leggere

Lettera ai Romani di Ignazio di Antiochia

ssl_scrittSaluto. Ignazio, Teoforo, a colei che ha ricevuto misericordia nella magnificenza del Padre altissimo e di Gesù Cristo suo unico figlio, la Chiesa amata e illuminata nella volontà di chi ha voluto tutte le cose che esistono, nella fede e nella carità di Gesù Cristo Dio nostro, che presiede nella terra di Roma, degna di Dio, di venerazione, di lode, di successo, di candore, che presiede alla carità, che porta la legge di Cristo e il nome del Padre. A quelli che sono uniti nella carne e nello spirito ad ogni suo comandamento piene della grazia di Dio in forma salda e liberi da ogni macchia l’augurio migliore e gioia pura in Gesù Cristo, Dio nostro.

Continua a leggere