A che vale il cammino se non c’è una strada?

La strada di Cormac McCarthy. In questo mondo di cenere e vento, in questa notte più buia del buio, su questa terra muta e senza dio tu mi guardi, tu mi chiedi: [inlinetweet prefix=”Dalla recensione de La Strada di Cormac McCarthy” tweeter=”@renatocalvanese” suffix=””]esiste ancora una strada papà?[/inlinetweet] In queste case dove il tuo simile è diventato figlio del serpente e ha fatto del mondo una menzogna fino all’ultima parola, dietro queste porte sprangate che celano il marciume dell’uomo che si ciba dell’uomo, io mi chiedo se tu ce la farai. Quando sarà il momento figlio mio, ce la farai?

Il mondo che fu, per te non esiste. Quel mondo in cui si nasceva dal desiderio di un uomo e di una donna, in cui si covavano sogni e la bellezza si faceva presente all’angolo della strada, questo mondo, mi chiedi, è davvero esistito?

Possiamo leggere La strada credendo che Cormac McCarthy abbia impiegato il suo tempo a fantasticare sull’ultimo giorno dell’umanità e che abbia trovato il tema ricco di ispirazione. Possiamo leggere la strada angosciandoci un pochetto per poi riporre il volume sul comodino consolandoci al pensiero che tutto sommato questo mondo ancora si tiene. Perché leggere se non si crede che il destino di un libro sia quello di interpellare il nostro presente? Cosa importa quanti libri leggiamo se non ascoltiamo cosa ha da dirci l’umanità delli omini antiqui, degli scrittori e degli artisti.

[inlinetweet prefix=”” tweeter=”@renatocalvanese” suffix=””]Il lavoro creativo spesso è stimolato dal dolore. [/inlinetweet]Se non avessi qualcosa nel profondo del tuo cervello che ti fa diventare matto, forse non faresti niente. (…) Se fossi Dio, non avrei fatto le cose a questo modo. (Cormac McCharty in un intervista del 2009 pubblicata sul Wall Street Journal).

A Cormac McCarthy non interessa fantasticare di mondi post-apocalittici, non ci racconta il giorno in cui la civiltà si è disintegrata ma ci descrive quello che vede qui e ora perchè la fine è già qui che viene e che ci smonta pezzo a pezzo. Un giorno poi verrà la deflagrazione finale ma a quel punto cosa vuoi che me ne importi con quale faccia si presenterà.

Gusci di uomini senza fede che avanzavano barcollanti
sul selciato come nomadi in una terra febbricitante. La rivelazione
finale della fragilità di ogni cosa. Vecchie e spinose questioni
si erano risolte in tenebre e nulla.  (La strada, pag.22, Einaudi)

La crepa avanza in maniera invisibile e nulla c’entra la guerra nucleare, la crisi economica o i cambiamenti climatici. In una casa, in una stanza, in uno sguardo: lì si consuma la fine del mondo. Un padre che si rivolge al figlio dicendo: “Figlio mio, non c’è più una strada. Figlio mio non c’è più salvezza. Hai visto questo mondo com’è combinato? Cosa vuoi sperare?”. Il figlio tutto comprende anche se le parole rimangono strozzate nella gola del genitore. La disperazione trasuda sulla pelle del padre, abita i suoi gesti, le sue parole, il suo tempo, le sue compagnie. E’ qui che il mondo se ne muore. [inlinetweet prefix=”Recensione de La Strada, di Cormac McCarthy” tweeter=”@renatocalvanese” suffix=””]Il mondo rimane al buio se un padre non “porta il fuoco”, se rinuncia ad illuminare la notte più buia, [/inlinetweet]se non è disposto a fronteggiare da solo il non senso di un’intera civiltà.

The Road, Locandina del film del 2009 ispirato al testo di McCharty
The Road, locandina del film del 2009 ispirato al testo di McCharty

Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì. Perché noi portiamo il fuoco.
(La strada, pag.39, Einaudi)

Chi porta il fuoco non si distingue per l’aspetto ma per come vive: non mangia i propri simili, non li divora, non li tratta alla stregua di cose da consumare; non sogna mondi diversi da quello in cui vive; non brama il sangue dell’ingiusto, non si accanisce contro i malvagi perché ha conosciuto il male accovacciato alla sua porta; chi porta il fuoco sa di non essere buono perché la bonta non è data per sempre ma è dura lotta che per essere vinta Dio solo sa di quanto amore ha bisogno!; chi porta il fuoco si difende dal morso del cinismo che avvelena l’esistenza e che ci fa vivere una vita all’insegna della mediocrità, nascosti da qualche parte, in una botola mimetizzata nel terreno o su una collina dorata. Chi porta il fuoco parla con Dio, lo maledice, lotta con lui ma coltiva in cuor suo la certezza delle cose sperate, che dietro al mistero e all’incomprensibile con cui la realtà si presenta ai nostri occhi, dietro tutto questo, anzi dentro tutto questo, ci sia una Presenza.

Il padre ritratto da McCarthy spesso viene meno alle promesse fatte al figlio, si tormenta quando è il momento di aiutare gli altri, è sospettoso nei confronti del prossimo. Ha paura dell’altro perché si impone davanti ai suoi occhi questa verità difficilmente confutabile: l’altro è un pericolo. Come scriveva Jean Paul Sartre “l’altro è un inferno”.

Locandina Film The Road
The Road, regia di John Hilcoat, con Viggo Mortensen

 

“Quindi questo è ciò che è l’inferno. Non lo avrei mai creduto.
Tu immagini: il fuoco e lo zolfo, la tortura. Ah! che farsa.
Non vi è alcuna necessità di tortura: l’inferno sono gli altri.” (A porte chiuse” di J.P. Sartre)

Ci sono mille buone ragioni per non aiutare il prossimo, per non accogliere l’altro, per non entrare in una relazione seria con lui. L’uomo ha sempre una buona ragione quando decide di portare a casa la pelle; ha sempre un’ottima ragione quando sceglie di non rischiare la sua vita. L’altro è un rischio, con l’altro mi gioco la vita. Quanto si capisce questa cosa nel mondo ridotto pelle e ossa descritto da McCarthy! Cosa rimane dell’uomo quando è privato di tutto? L’istinto di sopravvivenza? No, l’istinto che ti porta a mangiare il tuo simile per arrivare al giorno dopo non è l’ultima parola sull’uomo secondo McCarthy. Il bambino è l’alfa e l’omega, è lui la testimonianza della verità dell’uomo, della sua infinita dignità. Pur nella massima indigenza, assillato dalla fame e dal freddo, c’è qualcosa nell’uomo che non si estingue, qualcosa che abita nel cuore del bambino e che può solo essere seme di follia o la traccia di qualcosa che non è di questo mondo, che non risponde alla logica di sopravvivenza di questo mondo spogliato di tutti gli orpelli.

L’uomo rimase seduto lì con il binocolo in mano a guardare la luce cinerea del giorno che si rapprendeva sopra la terra. Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato. (La strada, pag.4, Einaudi)

L’unico disposto a rischiare la vita per l’altro è il bambino. Ha sempre l’altro nel cuore. I pensieri che emergono dai suoi lunghi silenzi sono tutti dedicati a compagni di gioco immaginari, a viandanti abbandonati, a riconsiderare le proprie omissioni. Tutto senza cura per sé e senza proporzione, come quando costringe il padre a dividere il poco cibo rimasto con un ladro che poco prima se l’era svignata con tutte le loro provviste. Il suo cuore è tutto teso a realizzare un incontro, illuminato da questa unica evidenza che prima o poi si impone ad ogni uomo: l’unico modo per vivere una vita che non sia mera sopravvivenza è correre il rischio con l’altro. E’ vero, l’altro può essere un inferno ma può anche essere la realizzazione di un bene infinito, può anche essere qualcuno che ci tira fuori dal nostro inferno. A Sartre sarebbe stato bello poter chiedere proprio questo: l’altro sarà pure un inferno come sostieni, ma il punto decisivo della questione sta nella risposta a questa domanda: “tu dove pensi di abitare? Chi verrà a trarti fuori dalla fossa?”

Precedente "Non c'è persona dai tempi di Adamo più fortunata di me". Intervista a Cormac McCarthy Successivo Robert Hugh Benson, come hai potuto?