Ebenezer Scrooge non si nasce, si diventa

Canto di Natale di Charles Dickens. Ebenezer Scrooge non si nasce, si diventa. Non si nasce spilorci, non si nasce senza desiderare un po’ di bene per sé, una compagnia, un briciolo di considerazione da parte degli altri. Eppure un uomo può seppellire il proprio cuore sotto un cumulo di vanità e di cinismo, chiudersi a qualsiasi speranza di bene e tirare a campare senza farsi più domande fino all’ultimo giorno. Il povero Scrooge ne è la prova. Un uomo può dimenticare il motivo per cui è stato fatto, la ragione per cui è al mondo, e cosa più terribile, potrebbe non avere nessuno accanto che gli voglia tanto bene da ricordarglielo.

Chi è Ebenezer Scrooge? E’ un vecchio avaro, un usuraio, un uomo, dirà Dickens, che muove le mani unicamente per adunghiare, spremere, torcere, scuoiare. Scrooge ha deciso di non chiedere nulla alla realtà se non trarne guadagno; tutto il resto non è affar suo, rimane invisibile ai suoi occhi. Lui stesso man mano che accumula ricchezze scompare dal mondo: “Nessuno lo fermava mai per strada (…), né un poverello gli chiedeva la carità, né un bambino gli domandava l’ora, né uomo o donna, una sola volta, si erano rivolti a lui (…) perfino i cani (…) scorgendolo da lontano si nascondevano”.

Per sottrarsi al disprezzo del prossimo, per reagire al dolore della propria sorte, per difendersi da un mondo che fa paura, Scrooge ha trovato da tempo il suo rimedio: arricchirsi. L’avidità ha preso il posto di tutte le sue aspirazioni, il denaro è divenuto la passione prevalente e da quel momento la sua vita è stata dirottata: atti, risoluzioni, energie ed entusiasmi sono stati tutti messi al servizio di un falso dio che in cambio dei suoi favori chiede una dura mercede: la solitudine dell’uomo, le cene malinconiche di Scrooge nella solita malinconica taverna, le serate trascorse ad ammazzare il tempo prima di addormentarsi, il tempo ciclico la cui monotonia non viene mai spezzata da alcun avvenimento. Perché Scrooge rastrella denaro senza saper neppure cosa farsene, senza sognare nulla, perché perfino per spendere i propri soldi ad un certo punto c’è bisogno di una compagnia. Egli è invece condannato a non avere nessuno accanto, nessuno con cui ridere o piangere, nessuno ad attenderlo dopo una giornata di fatica, con cui covare sogni e condividere le tribolazioni di una vita. Un uomo così come può provare il desiderio di festeggiare il Natale?

 

Il Natale è la festa dell’uomo

Il Natale non è una seccatura, non è un tempo in cui tenere alla larga qualche parente balordo, chiudere bilanci, effettuare gli ultimi pagamenti. Natale è la festa dell’uomo, quella creatura amabile al punto tale che perfino Dio ne ha preso la carne, ne ha condiviso la sorte; Natale è “quel solo giorno sul calendario – scrive Dickens – in cui uomini e donne per mutuo accordo pare che aprano il cuore e pensino alla povera gente come a compagni di viaggio verso la tomba e non già come ad un’altra razza di creature avviata per altri sentieri”.

Ma se io ho abolito la mia umanità, se io sono capace di gettare sul mondo soltanto uno sguardo di rapina, prendendo, arraffando, pretendendo, piagnucolando che mi venga dato il bene che mi spetta, come potrò capire il senso di questa festa? Aver smarrito il senso del Nalale per Scrooge vuol dire aver smarrito l’intero senso del suo esistere, il significato della sua presenza nel mondo, del suo agire. Tutte le dimensioni della sua vita risultano ormai compromesse: il suo passato, il suo presente e il suo futuro. Come può egli rinsavire da uno smarrimento così totale? Non può. Almeno non può farlo da solo.

La fortuna di aver avuto un amico

E infatti questo piccolo racconto di Dickens è soprattutto la storia di un’amicizia. Tu non puoi cambiare se qualcuno non prende un’iniziativa, se qualcuno non sconvolge le leggi del mondo della fisica e irrompe nella tua gabbia disposto a giocarsi tutto. L’unica grande fortuna di Scrooge, quella destinata a ribaltargli la vita, è di aver avuto un amico. Un amico che solo una volta cadavere giocherà una parte importante nella vita di Scrooge, riuscendo a dirgli da morto tutto ciò che non aveva capito da vivo. E tutto questo unicamente in virtà dell’amicizia che li aveva legati un tempo: “Sono io Marley che ti offro una speranza e una via”, dirà lo spirito. La stessa cosa Dickens la lascerà ripetere al primo degli spiriti che comparirà sulla scena: sono qui per la tua salvezza, sono qui per chiedere al cielo il tuo riscatto, gli farà dire. Il cielo si muove per il destino di un uomo, l’oltretomba viene agitato per le sorti di una sola persona. Se si tiene in gran conto l’amicizia, così come l’amore, allora non sembrerà strano pensare che questo amore farà di tutto per abbattere il limite estremo della morte. Infatti non sono soltanto i vivi a desiderare di parlare con i morti; mi piace pensare che anche i morti aspettano che un vivo gli appaia in sogno un giorno o l’altro.

E’ possibile ricominciare?

Marley appare a Scrooge e si offre di mostrargli tutto il male che compie, la bellezza ormai perduta, quella ancora possibile. Ma questa rivelazione ha bisogno di una certezza che un amico da solo non può garantire. Quando la verità visita Scrooge, quando viene illuminato il torto ricevuto da bambino, i doni che gli sono stati fatti, il male che scaturisce dalle sue azioni, il bene alla sua portata che non fa, un grido prorompe dalla bocca di Scrooge: “Grazia”. E’ la disperazione di un uomo che si sa condannato dalle sue azioni. “Perché mostrarmi tutto questo se per me non c’è più speranza?” chiederà Scrooge all’ultimo degli spiriti. “Ditemi che mi sarà dato di cancellare quanto è scritto sulla pietra” chiede Scrooge con insistenza. Ditemi che esiste ancora una speranza buona per me, che posso ricominciare, che il mio passato non mi condanna ad essere l’uomo che sono.
Scrooge sperimenta questo fatto, che un uomo è in grado di tornare ad essere se stesso, quella identità che le menzogne e le scelte sbagliate possono deturpare ma mai cancellare, solo se in qualche modo si arriva a credere nella misericordia umana e divina, quando si fa esperienza del perdono. Solo così un uomo perfido come Scrooge potrà diventare alla fine «un amico, un padrone, un uomo così buono come mai poteva averne conosciuto quella buona vecchia città». Non è la semplice volontà dell’uomo di essere migliore che salva. E’ il bene che ho ricevuto e che ricevo ogni giorno che mi dà la forza. A muovermi è un debito, è una gratitudine.

La trafittura di Scrooge

Ma quand’è che Scrooge cambia definitivamente? Quando è che inizia a desiderare di ridiventare se stesso, quella promessa di bene che ciascuno di noi è quando viene al mondo? Accade quando si imbatte nell’autentico perno di tutta la storia, il piccolo Tim, il figlio storpio dell’impiegato Bob Cratchit. Un ragazzino piagato e sfortunato ma nonostante questo capace di letizia, di gentilezza, contento di essere al mondo così com’è, pur nella dura sorte della malattia. Fino al momento dell’incontro con quel bimbo nulla aveva fatto breccia nel cuore di Scrooge. E’ solo alla vista del piccolo Tim che tutto cambia: Scrooge trema, si accascia, piange. Tim è il vero fantasma del Natale presente, e allo stesso tempo il regalo del suo nuovo Natale. E’ lui che riconsegna quel vecchio a sè stesso. Un bimbo malforme alla nascita che la compassione di oggi avrebbe abortito, un corpo su cui il dolore si fa continuamente presente, è questa la porta attraverso cui Scrooge ritrova sè stesso. Il mistero del dolore trafigge il cuore del vecchio usuraio e lo lancia verso il futuro, lo apre alla speranza di avere ancora tempo e spazio per il bene, di poter essere finalmente un uomo che, come dirà il fantasma di Marley, conduce l’unico buon affare della vita: aver cura degli altri.

 

Quella gioia irrefrenabile

Infine solo un cenno ad un’altra cosa bellissima che Dickens ci mostra. Nel testo compaiono due soli momenti durante i quali Scrooge dà fuori di testa, due soli momenti che suscitano in lui un entusiasmo irrefrenabile a cui prende parte con tutta la sua anima, quasi farneticando: in entrambe le scene assiste allo spettacolo festoso di un gruppo di amici e parenti che ballano e giocano durante la notte di Natale. Una volta tornato in sè qual è il primo posto in cui si reca? Nella casa del nipote dove si trascorre il Natale ballando e giocando, una casa in cui ad un uomo è lecito tornare bambini, in special modo a Natale, festa istituita da Dio fattosi anch’egli bambino. Tornare bambini, stare allegri, assecondare il proprio cuore in questo desiderio di gioco che abbiamo, di comunione festosa con il prossimo, con i nostri cari. Dickens sembra suggerirci questo: se la tombola non vi piace, cambiate gioco. Se il settemmezzo non vi diverte, cambiate gioco. Magari spostate tutti i mobili della sala da pranzo lungo le pareti, fate spazio, bendate gli occhi del nonno Agazio, assicuratevi che non veda, fategli fare due giri su se stesso e lasciatevi rincorrere mentre giocate a mosca cieca. Giocate a “nomi, città animali”, cantate qualche canzone festosa, alzate la voce, magari anche il gomito, e abbiate il coraggio di divertirvi, provate sul serio a stare lieti guardando chi vi sta accanto come un compagnio di viaggio in questa avventura grandiosa che è la vita. Una vita che sul serio può trasformarsi in una festa.
Buon Natale a tutti.

3 thoughts on “Ebenezer Scrooge non si nasce, si diventa

  1. Giulia il said:

    Caro Renato, approdata da Cenerentola e passata per Romeo e Giulietta sono giunta affascinata fino a questa recensione meravigliosa, sono la prima a commentare e onestamente me ne stupisco! in ogni recensione si percepiscono cura per il lettore e passione per la verità sulla vita e l’uomo..ci aiuti a vederne la bellezza. Grazie! Fanno così bene le cose che scrivi che mi è nato un sogno, un giorno quando avrò dei bimbi, mi piacerebbe regalargli queste SacroSante letture con i miei disegni(orgoglio di mamma) e le tue recensioni..chissà se riuscirò! Come vedi ho molti motivi per dirti ancora grazie!
    Giulia

    • Renato Calvanese il said:

      Ciao Giulia, non so se hai ricevuto la mia risposta la settimana scorsa. In ogni caso te lo scrivo anche qui: se hai il desiderio non aspettare a realizzare qualche disegno. Io e la mia prole li vedremmo volentieri. Un saluto. Renato