Cosa c’è in questa donna? Il romanzo di Santa Caterina da Siena

La mia natura è il fuoco di Louis de Wohl. Ci sono cose che accadono che sono inspiegabili. Ci sono vite che più le guardi e più non le capisci a meno che coraggiosamente non decidi di introdurre un elemento paradossale per spiegarle. La vita di santa Caterina da Siena è una di queste vite e solo un romanziere poteva riuscire nell’impresa di restituire almeno un briciolo dello spirito guerriero che trovò dimora in una giovinetta ignorante e ostinata, figlia di un tintore senese, destinata a diventare un gigante del suo tempo.

Caterina visse nel XIV secolo, tempo confuso e agitato in cui gli uomini presero un’inusitata confidenza con la morte. A peste fame et bello libera nos Domine, dalla peste dalla fame e dalla guerra liberaci o Signore, pregava il popolino, ma neanche le litanie bastarono per quel tempo disgraziato: prima una grande carestia si abbatté sul nord Europa facendo schizzare il prezzo del grano alle stelle, riducendo il popolo alla fame e provocando milioni di morti; poi non appena si fu placato il primo flagello se ne scatenò un altro, ancora più terribile. Accadde tutto un giorno d’ottobre del 1347. Nel porto di Messina a bordo di una galea genovese proveniente dalla Crimea furono trovati i corpi di dodici marinai morti. I cadaveri presentavano strani rigonfiamenti di colore nero all’inguine e sotto le ascelle trasudanti sangue e pus, mentre il resto del corpo era pieno di macchie nere causate forse da emoraggie interne. Erano quelli i segni che qualsiasi uomo e donna negli anni seguenti avrebbe imparato a riconoscere con orrore: la Grande Morte, anche conosciuta con il nome di peste bubbonica, era arrivata.

Dai porti del mediterrano il contagio si diffuse rapidamente in tutta Europa facendo della terra una landa desolata. Durante i tre anni in cui infestò l’epidemia quasi la metà della popolazione del continente morì. Bastava accostarsi ad un malato per vedere poco dopo spuntare i bubboni sul proprio corpo. Tempo cinque giorni e sopraggiungenva la morte. Ai primi sintomi del male i mariti abbandonavano le mogli, i genitori cacciavano i figli e ovunque un uomo incontrasse un uomo covava la paura. I legami di sangue divennero niente, la pietà scomparve dalle case e i malati prima che di peste morivano di fame e disperazione. I moribondi venivano abbandonati per strada e lasciati in pasto ai cani, caricati sui carretti a mucchi e gettati ancora vivi nelle fosse comuni. In ogni casa il dolore divenne compagno fedele, al punto che anche le campane delle chiese smisero di suonare a morto. In questi anni Francesco Petrarca perse il figlio e la sua Laura. Tanti uomini senza nome persero tutto quello che un uomo non dovrebbe mai perdere.

Le battaglie non finiscono mai

Senza alcun riguardo per queste afflizioni anche la guerra si accanì contro questo secolo. Per la prima volta nella storia dell’uomo sembrò che le battaglie non dovessero finire mai. La corona di Francia e d’Inghilterra se le diedero per cent’anni mentre in Italia ogni giorni nascevano leghe, scoppiavano rivolte, venivano deposti signori e il popolo acclamava qualche nuovo tirannello. Il XIV secolo fu l’epoca delle trame dei Visconti, degli Sforza, dei Malatesta, dei comuni ricchi e bellicosi come Firenze, Pisa e Genova, degli sforzi del Papa di riappropriarsi dei territori della Chiesa, della lotta tra bande tra i Colonna e gli Orsini. Fu l’epoca dei Cola di Rienzo, delle scorribande e delle stragi compiute dalle compagnie di ventura, mercenari senza bandiera in cerca di donne e bottino. Fu il tempo dell’ennesima crisi della Chiesa, trasferita ad Avignone fin dal 1305, che a causa delle sue pretese autoritarie, della sua ricchezza e della politica rapace di vescovi e legati pontifici vide il declino del suo prestigio spirituale.

Adesso forse si può capire perché Papa Benedetto XVI durante una delle sue udienze abbia presentato con queste parole la santa di Siena:

Il secolo in cui visse fu un’epoca travagliata per la vita della Chiesa e dell’intero tessuto sociale in Italia e in Europa. Tuttavia, anche nei momenti di maggiore difficoltà, il Signore non cessa di benedire il suo Popolo, suscitando Santi e Sante che scuotano le menti e i cuori provocando conversione e rinnovamento. Caterina è una di queste. (Benedetto XVI, Udienza del 24 novembre 2010)

Lei ottiene sempre una risposta

Di questa donna preme dire due cose prima di lasciarvi alla lettura del romanzo. A soli sedici anni, dopo aver lottato con i genitori e la madre badessa, fu accettata nell’ordine delle terziarie domenicane, all’epoca composto unicamente da vedove e vecchie zitelle. Caterina non sapeva né leggere né scrivere eppure pochi anni dopo la sua ordinazione si ritrovò a trattare la pace tra Firenze e il Papa, a pacificare gli animi troppo focosi di molti comuni italiani, ad intrattenere scambi epistolari con re, papi, e vescovi, a tenere testa a teologi eminenti, e ovunque andasse muoveva consesso e dissenso di potenti e signori, la devozione totale o la persecuzione. Come poté accadere tutto questo?

Lei ha fatto la stessa domanda, una volta – disse fra’ Tommaso (primo confessore di Caterina)
-A chi, a voi o a chi altri?
-A nostro Signore.
Padre Montucci sospirò rumorosamente.
-E…e ha ottenuto una risposta?
-Lei ottiene sempre una risposta, come tutti noi quando siamo sinceri nel chiedere e umili e pazienti nell’ascoltare, – rispose il frate che poi continuò – Ha detto al Singore: “Sono solo una donna ignorante, cosa posso fare?” Lui così rispose: ” Al mio cospetto non ci sono né uomini né donne, né dotti né ignoranti. Ma so che in tempi recenti la superbia di coloro che si definiscono dotti e saggi è arrivata a tali estremi che ho deciso di innalzare gli umili. Per questo manderò uomini e anche donne privi di sapere, per mortificare la conoscenza che costoro credono di avere”.
-L’ho imparato a memoria, disse fra Tommaso. È bene non dimenticarlo.

(tratto da La mia natura è il fuoco, di Louis de Wohl)

Una colata di lava

Fu questo mandato che permise a Caterina di osare. Le sue lettere al Papa ne sono un esempio: sono  “vere e proprie colate di lava”, – scrive Cristina Siccardi in una scheda biografica della santa riportata su www.santiebeati.it – “documenti di una realtà che impegna cielo e terra.”  Tutti i suoi appelli alle autorità, sia religiose che civili – continua Siccardi – sono fermi e intransigenti, ma intrisi di materno sentire”, di uno spirito femminile che invita gli uomini a fare la propria parte, ad essere virili, ad essere quello che devono essere. Fu la sua libertà sconfinata e la sua grande fedeltà alla Chiesa a non farle provare remore nel rivolgere durissimi appelli al “dolce nostro Cristo in terra”, Papa Gregorio XI, nei numerosi inviti che gli rivolse per tornare a Roma e abbandonare Avignone: “E io vi dico padre…che voi non temiate per veruna cosa che sia. Venite sicuramente. Su, virilmente padre! Ché io vi dico che non bisogna temere. Se non faceste quello che doveste fare, avreste bisogno di temere!” Solo dopo innumerevoli tentativi, lettere e colloqui, Caterina riuscì dove anche Petrarca e Santa Brigida avevano fallito: nel 1377 riportò a Roma il Papa e la sua Curia.

Per chiudere un’ultima nota. Caterina si gettò nell’agone politico del suo tempo poco più che adolescente e nonostante la protezione della sua allegra brigata di mantellate, frati e laici che la seguì per tutta la vita, ebbe costantemente a che fare con uomini intriganti, furbi come serpenti, corrotti e assassini. Nel corso della sua breve vita, che si spense all’età di trentatré anni, subì un processo intentato dal suo ordine, venne accusata di cose turpi, il suo misticismo che la faceva spesso cadere in estasi ai piedi del Santissimo fu guardato con scherno e sospetto, e perfino nella sua Siena, per la quale si spese sempre senza riguardo alcuno, fu guardata con sospetto. Nulla aveva chiesto per sé per tutta la vita e alla fine trovò l’irriconoscenza, l’incomprensione, il sospetto. E allora la domanda è questa: dove trovò questa ragazzina la forza per resistere a tutto questo? L’autore de Wohl nel romanzo prova a rispondere  ricordando di sfuggita una cosa che a molti oggi sembra se non inutile almeno folle:

“Una figura minuta e fragile, vestita di bianco e nero andò a sedersi a tavola con gli altri. Erano anno che non succedeva. Caterina aveva ventun anni. Cinque anni di preghiera, digiuni e penitenze, flagellazioni segrete e veglie infinite l’avevano preparata alla battaglia. Adesso stava per cominciare.”

 

O Dio, tu sei ubriaco

De Wohl accenna alla pratica della mortificazione che anche i più aperti tra noi oggi non capiscono. Viviamo infatti in un tempo strano in cui è ammesso soffrire la fame per superare la prova costume, sottoporsi a prove fisiche estenuanti per bruciare l’adipe in eccesso, ma è considerato folle digiunare per la salvezza della propria anima. Il punto è che questa mortificazione, questo tentativo di ridurre ai minimi termini l’ingombro del nostro Io, del suo orgoglio, della sua sete di appagamento, di conferme, Caterina e tanti altri non la facevano per diventare genericamente migliori, ma per amore di qualcuno, qualcuno che Santa Caterina vedeva presente in ogni liturgia eucaristica. A uomini e donne come Caterina poco importava di vincere o perdere, poco importava il giudizio degli uomini, l’amore degli altri. Di una cosa sola si curavano: di conformarsi in tutti i modi al progetto d’amore smisurato di Dio, un Dio incomprensibilmente innamorato dell’umano, un Dio perfetto e allo stesso tempo così dipendente dalla sua creatura imperfetta, un Dio origine del senso ma che agisce nella storia come un ubriaco, amando l’uomo in maniera folle e smisurata.

“Oh Padre eterno, fuoco e abisso dell’amore, oh bellezza eterna, saggezza, bontà, oh speranza, rifugio dei peccatori, oh generosità smisurata, oh bene eterno, oh follia d’amore! Hai proprio bisogno della tua creatura? In verità si direbbe che non pui vivere senza! Tu, che sei vita, da cui si origina la vita di ogni cosa…perché sei così insensato? Perché sei innamorato della tua creatura. Tu sei come l’ubriaco con il desiderio di salvezza. Più ti sfugge, più la cerchi…” (tratto dal dialogo della Divina Provvidenza di Santa Caterina da Siena).

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