Aspettando Godot di Samuel Beckett, ovvero il capolinea della civiltà occidentale

aspettando-godotRidotto ad uno stato di larva, ad una macchietta dell’essere in cerca di nulla: questo è l’uomo per Samuel Beckett. Nella storia della letteratura poche sono le opere che hanno ritratto un’umanità così raccapricciante come quella messa in scena in Aspettando Godot, tanto da rappresentare il capolinea dell’uomo occidentale, il punto di non ritorno dopo il quale ci può essere solo l’eutanasia di una civiltà.

Beckett riesce a mostrare l’approdo esistenziale dell’uomo moderno sistemando sulla scena due soli personaggi, Vladimiro ed Estragone, due straccioni ridotti a mangiar porcilaie, ad ingannare il tempo ciarlando o a fare indifferentemente piani di suicidio. Il testo si apre con una frase terribile che verrà richiamata ripetutamente, “niente da fare”: Vladimiro ed Estragone compaiono sulla scena di un mondo ridotto ormai ad un deserto incomprensibile, una “diarrea esistenziale” lo definirà Vladimiro, in cui nulla più c’è da fare, da capire, da chiedere. Solo un filo sottile ci tiene legati, ancora per poco, a questa baracca che è la vita, ed è l’attesa illusoria che si presenti qualcuno, che accada qualcosa, che arrivi Godot e che possa finalmente spiegare tutto.

Estragone: E mentre aspettiamo, cerchiamo di conversare senza montarci la testa, visto che siamo incapaci di star zitti.

Vladimiro: E’ vero, siamo inesauribili.

Estragone: Lo facciamo per non pensare.

Vladimiro: Abbiamo delle attenuanti.

Estragone:Lo facciamo per non sentire.

Vladimiro: Abbiamo le nostre ragioni.

Estragone:Tutte le voci morte.

Vladimiro:Che fanno un rumore d’ali.

Estragone:Di foglie.

Vladimiro:Di sabbia.

Estragone:Di foglie.

(Aspettando Godot, di Samuel Beckett)

Non c’è alcuna sequenza ordinata di eventi nell’opera: l’albero in scena un giorno è sterile, l’indomani è fiorito; davanti ad esso si ritrovano ogni giorno Vladimiro ed Estragone ma nessuno dei due è in grado di ricordare quanto successo solo poche ore prima. La notte cala istantaneamente senza che mai accada qualcosa, senza traccia alcuna di Godot. Il tempo non scorre veramente, ma è imprigionato in un ritmo ciclico in cui tutto è destinato a ricominciare senza memoria del passato. Ogni giorno il primo giorno, ogni giorno lo stesso giorno in cui nulla di ciò che accade può essere salvato.

Vladimiro: Ho forse dormito mentre gli altri soffrivano? Sto forse dormendo in questo momento? Domani, quando mi sembrerà di svegliarmi, che dirò di questa giornata? Che col mio amico Estragone, in questo luogo, fino al cader della notte, ho aspettato Godot? Che Pozzo è passato col suo facchino e che ci ha parlato? Certamente. Ma in tutto questo quanto ci sarà di vero? (Estragone, dopo essersi invano accanito sulle proprie scarpe, si è di nuovo assopito. Vladimiro lo guarda). Lui non saprà niente. Parlerà dei calci che si è preso e io gli darò una carota. (Pausa) A cavallo di una tomba è una nascita difficile. Dal fondo della fossa, il becchino maneggia pensosamente i suoi ferri. Abbiamo il tempo d’invecchiare. L’aria risuona delle nostre strida. (Sta in ascolto) Ma l’abitudine è una grande sordina. (Guarda Estragon) Anche per me c’è un altro che mi sta a guardare, pensando. Dorme, non sa niente, lasciamolo dormire. (Pausa). Non posso più andare avanti. (Pausa). Che cosa ho detto?

 

Per non colare a picco, l’uomo crea il suo Godot

Perché sono venuto al mondo? Cosa spiega questo fatto che è la vita? Il caso. Il caso è la risposta che Beckett mette nel cuore dei suoi personaggi. E allora, se le cose stanno così, come si fa a non dire, con Vladimiro ed Estragone “e se ci pentissimo di essere nati?”. Se il caso è la risposta come faccio a non guardare alla mia esistenza come ad una condanna da scontare, ad una terribile conseguenza di un parto avvenuto a cavallo di una tomba, che oggi mi costringe ad aspettare semplicemente che torni la notte, che tutto si faccia nuovamente buio? Che senso può avere la vita dell’uomo? Che senso hanno le mie scelte, le mie relazioni, il bene che compio, il tempo che passa, la fatica che faccio, se il fatto che ci sono è frutto del caso? Come fa la ragione a non colare a picco di fronte ad uno scenario tanto terribile? L’uomo non è fatto per reggere questo svelamento della realtà, ed è in questo vuoto allora che egli compie la prova più ardua: crea l’illusione che le cose abbiano un senso. E’ questo il punto che Beckett conquista e mette in scena nel suo Aspettando Godot. Di fronte alla sua insignificanza, al suo vagare, l’uomo decide di affidarsi al cielo, ad una forza esterna, ad un Godot che verrà a redimere il mondo, a salvarci. Anche Beckett è un figliastro di quello Zarathustra che gridava al mondo “Vi scongiuro, o fratelli, siate fedeli alla terra, e non credete a coloro che vi parlano di speranze ultraterrene! Essi sono dei manipolatori di veleni, sia che lo sappiano, o no.” (F.Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

Secondo Beckett gli esseri umani si sforzano di rimanere ignari della loro condizione senza avere il coraggio di tirare giù il sipario su questa storia assurda che è la vita. E’ per questo che in tutta la piece i due vagabondi protagonisti cercano in varie maniere di rimanere stupidamente allegri, affinché il tempo passi, affinché un altro po’ di vita sia lasciato alle spalle.

Estragone: Troviamo sempre qualcosa, vero, Didi, per darci l’impressione di esistere?

 

O l’illusione o la morte, questo il punto d’arrivo di Beckett

Secondo la prospettiva intuita da Samuel Beckett, all’uomo rimangono solo due alternative: o coltivare l’illusione di un Godot, di qualcuno capace di ridare senso alle cose, oppure rimane la morte, quel suicidio di cui Vladimiro ed Estragone parlano spesso in maniera grottesca, senza avere mai la forza di andare fino in fondo. O si persiste nella finzione, in questa recita di azioni senza senso che sono le nostre giornate, o ci si ammazza: questa per Beckett è la scelta fondamentale di fronte alla quale si trova l’uomo. Questo è il suo approdo ultimo, questa la verità disvelata alla fine del suo percorso esistenziale, la comprensione del mondo strappata alla vita dall’autore irlandese. Questa l’eredità lasciata a questo tempo così simile alla scena di Aspettando Godot, in cui all’uomo è stata portata via la speranza di trovare una risposta al suo slancio buono, alla sua attesa di una felicità che non sia meschina, ma grande, eterna, capace di trovare casa nella miseria del mondo, capace di far diventare una mangiatoia il trono di un re.

Eppure esiste per noi, per l’uomo di oggi, per la nostra civiltà, per la nostra singola persona, un’alternativa a questo quadro di morte, di ridicolo, di narcosi che ci viene prospettato ed è quella di battere il mondo in lungo e in largo, nelle dimensioni dello spazio e del tempo, della geografia, della storia, del nord e del sud, del presente e del passato, interrogando gli uomini, i vivi come i morti, alla ricerca di un senso che possa trovare una corrispondenza con l’aspirazione del nostro cuore, con la dignità della nostra domanda, con la sorpresa grande dell’esserci. Non è vero che l’uomo è chiamato a scegliere tra un’illusione e la morte! L’uomo è chiamato prima di tutto a muoversi, non a star fermo, perché Godot non si aspetta, gli si va incontro.

Ringrazio a ttia Signuri ch’i m’hai rigalatu chista vita. Notte chiara di Domenico Modugno

Ne La Piccola storia d’Inghilterra, Gilbert Keith Chesterton scriveva: “Io sosterrò sempre che il ringraziamento è la più alta forma di pensiero, e che la gratitudine non è altro che una felicità raddoppiata dalla sorpresa”. Il ringraziamento è il riconoscimento di un fatto, che io ci sono, che le cose sono, che il mondo è. La gratitudine è capire che tutto questo poteva non esserci, è lo stupore di fronte ad un dono inatteso, immeritato. Questo canta Domenico Modugno in Notte Chiara, canzone del 1962, vera e propria preghiera di ringraziamento: è un dono l’acqua quando “spacca la sulagna”, la legna da ardere quando scende la neve, il vento lieve che mi arriva addosso con il profumo del mare, è un dono la vita con le sue gioie e con i suoi dolori. Per tutto questo “Ringrazio a ttia Signuri”.

Notte Chiara (1962)

Che notti chiara chiara
Ch’adduri ‘e tramuntana
E nu grillu canta canta
Ahi iai iai iai

Ringraziu a ttia Signuri
Picchi’ mi lassi viviri accussi’

Tu ca mi fai sazziari
D’acqua frisca
Quannu spacca la sulagna,
Tu ca mi fai truvari
Ligna sicca
Quannu ‘mbianchi la muntagna

Ringraziu a ttia Signuri
Picchi mi lassi viviri accussi’

Che ventu ‘I sita fina
Salatu da lu mari
Che è luntanu, ma lu sentu
Ahi iai iai iai

Ringraziu a ttia Signuri
Picchi’ mi lassi viviri accussi’

Tu ca li picurelli
Dai pastura
E li tunni a la tunnara
Tu che fai da cumpagno ai carretteri
Intra alla notte scura scura

Ringraziu a ttia Signuri
Picchi’ mi lassi viviri accussi’

Tu chi m’hai rigalatu chista vita
Cu la gioia e li duluri
Ringraziu a ttia Signuri
E fammi sempri viviri accussi’
E fammi sempri viviri accussi’

La la land, la terra promessa

la-la-land-terra-promessaLa La Land è il film vincitore nel 2017 di sei Oscar, paragonato a ragione o a torto ai grandi musical del passato, quelli per intenderci in cui Gene Kelly e Debbie Reynolds cantavano “I’m singing in the rain”. Di fatto come quei film eredita una trama semplice: due sognatori che vivono ad Hollywood, la cameriera Mia aspirante attrice che serve cappuccini alle star tra un provino e l’altro e Seb, il pianista di jazz che sogna un locale tutto suo dove poter far rivivere una musica che ormai pochi apprezzano. Eppure in questa semplicità viene raccontato tanto di noi, della nostra umanità.

La La Land infatti è la terra promessa, è la nostra giornata che comincia piena di aspettative (la canzone iniziale si intitola “Un altro giorno di sole”) è la fatica quotidiana che ci chiama per capire per cosa siamo fatti, senza mai arrenderci, senza mai accontentarci. Ogni mattina ci svegliamo e a tenerci in piedi è una tensione verso qualcosa: un lavoro, una casa, una posizione, una macchina, un buon voto, soldi, sicurezza, una vacanza, una posizione, magari il riposo, eppure arriva un momento della giornata, della vita, in cui presentiamo che ci deve essere dell’altro, in cui appare chiaro che la meta è un’altra, che c’è qualcosa che desideriamo che va oltre ciò che vediamo (“C’è tanto che non riesco a vedere” canta Seb). In fondo cosa cerca l’uomo in questa vita, sotto questa città piena di stelle? City of stars è il titolo della canzone a mio avviso più bella di tutto il film ed è nelle sue strofe che troviamo la risposta.

Città di stelle
Soltanto una cosa vogliono tutti
Che stiano seduti in un bar
dietro vetrine fumose di ristoranti affollati
È l’amore
Sì, tutto quello che cerchiamo è l’amore di qualcuno
Una corsa
Un’occhiata
Un tocco
Una danza
Uno sguardo negli occhi di qualcuno
Che illumini i cieli
Che apra il mondo e lo faccia girare
Una voce che dice, “Io ci sarò e tu starai bene”
Non mi importa se so
Soltanto dove andrò
Perché tutto ciò di cui ho bisogno è questo pazzo sentimento
Sentire questo rat-tat-tat nel mio cuore

La vita a ritmo di musical

E’ l’amore ciò che cerchiamo, lo sguardo di qualcuno che guardandoci ci dica “Io ci sarò e tu starai bene”, qualcuno che di fronte alla delusioni della vita, ai rifiuti, alle audizioni andate male, ai colloqui a vuoto, agli insuccessi, possa continuare a dirci “Tu vali, l’ultima parola su di te non la dice questo insuccesso perché io ti amo, e il fatto che tua sia vivo, che tu sia qui, ora, così come sei, è importante per me”. E’ l’amore che si cerca, magari senza saperlo, magari mentendo a se stessi, ma solo l’amore in grado di sfidare i secoli può illuminare la vita di senso. E’ l’amore l’agente capace di trasformare il mondo in quella meraviglia dove tutto sembra possibile, che ci fa cantare, ballare, battere i piedi a tempo, danzare con uno sconosciuto o volare tra le stelle della via lattea come si vede nel film. Veramente guardando La La Land si arriva a credere che il musical sia il genere più adatto per raccontare la storia di una vita che cerca e che trova, la storia di uomini vivi.

Che darà l’uomo in cambio di se stesso?

L’amore di Mia e Seb è bello, ma cos’è che lo rende bello? È il fatto che i due si sostengano nella realizzazione dei loro sogni. Mia vuole recitare, Seb vuole aprire un locale dove poter suonare finalmente jazz, ed entrambi, di fronte all’abbattimento dell’altro, allo sconforto, alle porte chiuse, si incoraggiano, invitano l’altro a perseverare. Eppure anche questo amore così bello, così carico di promesse, in cui due persone si accompagnano seriamente verso il proprio compimento, all’improvviso si complica, va in crisi. A minarlo sono le scelte dei protagonisti, che in modi e tempi diversi, punteranno tutto sull’obiettivo di riuscire nella vita, tralasciando la realtà dell’amore: non un’idea dell’amore, ma la realtà, una persona, quella promessa di bene incontrata nella vita, sperimentata, vissuta. Il film termina e lo spettatore è colto da una vibrazione, da una contestazione che nasce dall’evidenza che qualcosa è stato tradito. Essere fedeli al cuore è la prima chiamata cui un uomo deve rispondere per poter trovare quello che cerca, la felicità. Il film si chiude, e mentre scorrono i titoli di coda riecheggia la domanda che Gesù duemila anni fa pose ai suoi discepoli e che oggi pone di nuovo a noi: “Che importa se soddisfi tutto quello che desideri e poi perdi te stesso? Che darà l’uomo in cambio di se stesso?” (Matteo 16,26).

Questo il video di City of stars.

Cappuccetto rosso e la vittoria del divoratore

Cappuccetto rosso sangueLo so, lo so, anche a me quell’essere verde e burbero con un ciuchino per amico sta simpatico, però bisogna ammetterlo, Shrek ha rovinato tutto! Beati i tempi in cui un orco era un orco e in cui ciascuno faceva la sua parte: gli orchi mangiavano i bambini e i bambini per tutta risposta se ne tenevano alla larga. Mettere il caos nel principio base per cui un orco, così come un lupo, va evitato, può avere conseguenze poco piacevoli. Ed è proprio quello che è successo a Cappuccetto rosso. Continua a leggere

La storia del quarto Re Magio di Henry van Dyke

Henry van Dyke, pastore della Chiesa presbiteriana, scrittore, insegnante universitario e diplomatico americano di origine olandese, nel 1896 scrisse un famoso racconto intitolato La storia del quarto Re Magio di Henry van Dyke (The Other Wise Man) in cui narrava le avventure di Artaban, il quarto Re Magio, il primo dei cristiani. Buona lettura e buona festa dell’Epifania.

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La genesi di un uomo straordinario

Come nasce la santità di Bernardo? Da dove viene? Se posso permettermi un azzardo, io credo venga da una preoccupazione che nulla ha a che fare con Dio, almeno in prima battuta, perché nessun uomo inizia a vivere dicendo “io voglio sapere se Dio esiste”.  La santità di Bernardo deriva dalla vitalità della sua umanità, da quell’atteggiamento di stupore e tremore che coglie l’uomo di fronte alla realtà e alla domanda sul suo destino. Continua a leggere

Il debutto in società di quel pazzo di Bernardo

Il debutto in società di San Bernardo fu un capolavoro. A ventun’anni, subito dopo aver deciso che si sarebbe rinchiuso in quella palude che era il monastero di Citeaux, abitato all’epoca da pochi monaci osservanti un regime di vita durissimo, considerò che non era sufficientemente pazzo da andarci da solo. Allora salì in groppa al suo cavallo e si lanciò al galoppò in cerca delle persone a cui voleva più bene. Continua a leggere

Il tempo sarà galantuomo con Elena Bono

Giorno dopo giorno il tempo compie il suo lavoro rimettendo a posto le cose che gli uomini tirano fuori senza criterio. Scorre, passa, con lui le mode e le generazioni, e ciò che ieri veniva osannato oggi è messo da parte senza che alcuno batta ciglio. Ciò che era dimenticato è ricordato, ciò che era nascosto è ritrovato. Gli inganni vengono svelati, e un giorno, fosse anche l’ultimo giorno, coloro che hanno speso la vita al servizio dell’uomo e della sua sete eterna di risposte, verranno riconosciuti; coloro che hanno amato più la gloria del vero, verranno ripudiati. Quel giorno finalmente si capirà chi era Elena Bono. Continua a leggere

Intervista ad Elena Bono, scrittrice al servizio della Parola

Giornalista (G): Cos’è per lei l’esperienza religiosa?
Elena Bono (EB): Credo che l’esperienza religiosa faccia l’uomo uomo. Senza l’esperienza religiosa l’uomo è una bestia, allora tanto vale non essere mai nati, come dicono tutti i pessimisti. L’esperienza religiosa consiste in questo: prendere atto del Dio Creatore, e del fatto che ci ha creato e che si assomiglia a Dio. Con tutte le nostre miserie siamo fatti a immagine di Dio. Questo è uno di quei misteri tremendi! (…) (1, vedi riferimento bibliografico in fondo) Continua a leggere

Tempo di Dio

Finite di piangere su di voi e sopra i morti.
Finite di ballare sulle tombe.
Non vi accorgete che a noi è chiesto più
che ai figli di ogni altro tempo?
Ora bisogna ricreare il mondo
in ciascuno di noi
o finiremo.
Ricordarci la nostra somiglianza con Dio
e indurre Dio a ricordarla.
Ora bisogna avere tanta forza
da imporre al cuore la speranza,
amore più che umano agli umani,
volontà di vita per tutti.
Non è tempo di lutti
né di follie.
Questo è tempo di Dio.
Che aspettiamo?
Quale segno?
Quale miracolo?
Eppure abbiamo visto crocefisso
in migliaia di corpi
Gesù Cristo.
(Da “Poesie – Opera omnia”)